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Numero 101  pag. 8 del 26/5/2010 | Indietro

Confindustria smetta di lamentarsi. Scenda in campo

COMMENTI & ANALISI
Di Angelo De Mattia


Il mondo dell'impresa giunge all'appuntamento dell'assemblea di Confindustria dopo un annus quanto mai horribilis, nel quale si sono scambiati il testimone la crisi finanziaria globale e quella europea. Le prospettive ora non sono rosee, ma l'impegno di tutti i soggetti, economici e istituzionali, dovrebbe essere netto, al fine di creare, per quanto possibile, le condizioni di una inversione di tendenza. La Confindustria ha tenuto nei mesi scorsi un comportamento non sempre univoco. A richieste al governo di forti azioni contro la crisi e i suoi sviluppi sono seguiti apprezzamenti per le misure adottate, muovendo dalla condivisione dell'enfasi data dall'esecutivo alla stabilità dei conti pubblici: operazione, invero, sicuramente riuscita. E i provvedimenti assunti in materia di rapporti tra banche e imprese - la moratoria dei debiti di queste ultime nei confronti degli istituti, il fondo per gli investimenti, prima ancora i Tremonti bond - sono stati nel complesso apprezzati dal mondo confindustriale. Gli sviluppi della crisi e alcune parziali misure adottate relativamente al rimborso dei crediti delle imprese verso la pubblica amministrazione hanno portato gli industriali ad abbandonare, almeno in questo periodo, il tradizionale cavallo di battaglia del pieno soddisfacimento dei crediti in questione, che secondo alcune stime ammontano a 50 miliardi.

Ora si attende la valutazione che la Confindustria darà alla manovra varata dal governo e, soprattutto, sarà necessario verificare se e quali linee emergeranno, per bocca del presidente Emma Marcegaglia, su produttività e competitività, in sintesi sulla attivazione della crescita in Europa e in Italia: questione cruciale per il futuro del nostro Paese.

Nell'affrontare questo tema, come gli altri che regolano il rapporto tra banche e imprese o la riforma del mercato del lavoro, sarà importante che non vengano distribuiti i compiti a casa per tutti i soggetti istituzionali e sociali facendo passare in secondo piano ciò che spetta al mondo dell'impresa, pur nelle acute difficoltà del presente. È una visione degli interessi generali che dovrebbe in questo momento animare la Confederazione degli industriali, prim'ancora dei cahier de doléance sui comportamenti altrui. In questo senso, un taglio rigorosamente rivendicativo alla posizione nei confronti del sistema bancario - che pure ha molti contenuti condivisibili - sarebbe inopportuno: occorre costruire insieme non per spirito ecumenico, ma per la credibilità e l'efficacia delle tesi proposte. Ciò vale anche per le diffuse critiche anticipate a Basilea 3, i cui lavori sono ancora in corso, nulla essendo al momento pregiudicato.

Certamente è cruciale il problema della selezione del merito di credito, che sappia guardare ai progetti e alle prospettive piuttosto che alle garanzie reali. Ciò vale in specie per l'impresa minore. Ma anche Marcegaglia ha sempre parlato di progetti che «stanno in piedi». Ecco, allora, che occorre avere la forza di dire che quelle iniziative che strutturalmente non reggono non possono continuare a stare assai stentatamente sul mercato in virtù, anche in questo caso, di un assistenzialismo senza freni. E dunque il problema si sposta sul versante degli ammortizzatori sociali e, prim'ancora, della riconversione produttiva. Questo approccio - che tratta l'avvenire dell'imprenditoria in Italia in una con quello dell'economia nel suo complesso, il futuro del mondo del lavoro e, tout court, del Paese - darebbe più forza alle richieste e alle critiche.

In questo quadro, le riforme di struttura, il federalismo fiscale e soprattutto la lotta all'evasione e all'elusione, dunque all'economia grigia, rappresentano un punto-chiave sul quale occorrono parole chiare. L'evasione nuoce alla stragrande maggioranza degli imprenditori corretti; è una potente distorsione della concorrenza; è spesso frutto di altre pratiche illecite; alimenta un'economia-ombra, quella sommersa, che non può più essere considerata una ineliminabile caratteristica del nostro sistema, venendo meno la quale possono crollare pilastri della società civile, ricordando Gramsci a proposito delle degenerazioni dello Stato. Sicché la Confindustria farebbe bene a prendere la testa della lotta all'evasione fiscale.

Quanto al federalismo, sarà interessante valutare quali condizioni gli industriali ritengono necessarie - in materia di solidarietà e coesione nazionale - perché il decentramento possa essere introdotto con la realistica aspettativa di conseguire diffusi benefici, prevenendo i rischi di pur rilevanti controeffetti. Inoltre, venuta meno la linea del patto tra produttori contro le rendite (che oggi tuttavia sembra ritornare, sia pure in qualche isolato intervento), la proposta di misure di politica economica da parte degli imprenditori deve farsi apprezzare per organicità ed equilibrio. Soprattutto - e sarebbe una novità significativa - per l'attenzione anche al mondo del lavoro.

Essa, in ogni caso, non può non essere collocata nel contesto europeo. Dunque, è attesa la posizione sul futuro dell'Unione europea e dell'Eurosistema in un momento difficilissimo, nel quale però urgono proposte non solo per evitare i rischi di divisione, ma anche per procedere con maggiore decisione, nonostante le difficoltà. Il sogno, dal quale molti erano stati abbacinati, di un'Europa politica trascinata dalla moneta non si è affatto avverato, come doveva per tempo razionalmente prevedersi. Ciò non postula, tuttavia, che ci si debba fermare a piangere su latte versato. È necessario darsi carico della prospettiva delle sorti comuni.

La prova di domani è particolarmente impegnativa per Confindustria, per la capacità di svolgere non il solo ruolo di parte sociale, ma di farsi carico di una funzione nazionale all'altezza del momento, ma anche delle prospettive di ripresa. (riproduzione riservata)

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