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Lea Consob non può rimanere ancora a lungo senza presidente. Non può per il buon funzionamento della stessa commissione, che oggi ha importantissimi compiti di controllo non più solo sui mercati finanziari e sulle società ma su molto altro ancora; non può per il Paese proprio nel momento nel quale si stanno scrivendo le nuove regole sui mercati finanziari e non solo negli Stati Uniti, dove il presidente Barack Obama ha tempestivamente mantenuto l'impegno di una legge che modifica profondamente il più importante mercato finanziario e bancario del mondo, per evitare che si creino nuove drammatiche crisi come quella che ancora il mondo sta vivendo dal 2008. Le nuove regole, assieme alla distribuzione dei risultati degli stress test sulle banche, sono in preparazione anche in Europa, impegnando la politica, ma anche le commissioni di controllo omologhe di Consob dei vari Paesi del continente.

Questo processo, che in Europa ha preso avvio all'esplosione della crisi finanziaria, ha una direzione precisa da seguire in base alle conclusioni del rapporto pubblicato nel febbraio del 2009 e steso da Jaques De Larosière, il grand commis francese, ex direttore generale del Fondo monetario internazionale (Fmi). Con questo documento, alla cui preparazione per l'Italia ha partecipato l'ex banchiere e capo ufficio studi della Banca d'Italia, Rainer Masera, ha previsto l'istituzione di una serie di organismi sovrannazionali, indirizzando anche la scelta delle capitali dove questi organismi dovranno avere sede. A Londra il controllo delle banche; a Parigi i mercati finanziari; a Francoforte le assicurazioni; a Madrid l'associazione delle Consob europee. In Italia niente.

L'unico risultato per il Belpaese è stato agguantato dall'ex presidente della Consob, Lamberto Cardia: il segretariato del Cesr (Committee of european securities regulators, il comitato delle Consob europee) affidato a un dirigente della commissione italiana. Un contentino grazie solo al prestigio personale dell'ex presidente. Ma molto poco rispetto al potere che viene concentrato nelle altre capitali dell'Unione.

Eppure ci sarebbe un obiettivo non secondario ancora raggiungibile: il segretariato di coordinamento dei tre organismi, che in termini strutturali non vale nessuno dei singoli organismi di controllo, ma che può rappresentare una correzione accettabile dell'esclusione dell'Italia dal circuito di controllo del sistema complessivo finanziario del continente. Un incarico che, se raggiunto, può funzionare da freno al tentativo continuo degli altri principali Paesi di mettere sempre più l'Italia ai margini del sistema europeo, come documenta anche la manovra in atto in questi giorni per abolire la lingua italiana dai documenti dell'Unione a vantaggio del francese, del tedesco e dell'inglese.

Ma per raggiungere il risultato occorre che gli organismi di controllo italiani (Consob, Isvap, Bankitalia) si presentino al completo e in particolare la Consob, che in queste negoziazioni può avere un ruolo fondamentale, specialmente se ci sarà un forte appoggio diplomatico e governativo.

Occorre, quindi, che il Governo e in particolare il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, a cui spetta la nomina, sentito il parere del ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, accelerino il processo di nomina, fermo da settimane per una non scelta fra due candidati. Il primo è l'attuale presidente dell'Autorità della concorrenza, Antonio Catricalà, ben visto da Letta ma anche da Berlusconi. Il secondo, il viceministro dell'Economia, Giuseppe Vegas, principalmente sostenuto da Tremonti nella sua eterna competizione con Letta. Due candidati di altissimo profilo, ma se non ci fossero complicazioni di tipo politico, la scelta probabilmente sarebbe stata già fatta a favore di Catricalà, che può vantare maggiore esperienza di gestione di una autorità.

Lo spostamento dall'Antitrust di Catricalà, ancora lontano dalla scadenza del suo mandato settennale, permetterebbe al Governo di collocare su quella poltrona un uomo di sicura affidabilità. Ma il conflitto in atto con il presidente della Camera, Gianfranco Fini, blocca questa possibilità, visto che in base alla legge istitutiva dell'Antitrust la scelta formale del presidente deve essere compiuta dai presidenti dei due rami del Parlamento. Se non viene trovata rapidamente una nuova intesa fra la maggioranza e il presidente Fini è assai difficile che il trasferimento di Catricalà possa avvenire.

A rendere ancora più complessa la scelta del sostituto di Catricalà, è successo che uno dei candidati, l'ex primo presidente della Corte di cassazione, Vincenzo Carbone, è stato coinvolto, giustamente o ingiustamente, nelle intercettazioni della ridicola P3.

A questo punto, a meno di un colpo di coda di Letta e Berlusconi, il favorito appare il viceministro Vegas, che certamente è stimato anche da Letta e Berlusconi. E fino a quando non ci sarà la scelta del presidente non verrà probabilmente deciso neppure il nome del commissario che dovrà sostituire il dimissionario Paolo Di Benedetto. La Consob, infatti, in questi giorni invece di avere cinque commissari, incluso il presidente, ne ha solo tre, e per giunta notoriamente oltranzisti e sostenitori di norme estremiste come quella che riguarda i rapporti fra società correlate, nelle quali, secondo la delibera Consob, a decidere operazioni fra le stesse società dovrebbero essere solo i consiglieri di amministrazione cosiddetti indipendenti, quelli, cioè, che non hanno relazioni economiche rilevanti con una delle società o rapporti di parentela con gli amministratori esecutivi o con gli azionisti di controllo di una delle due società. Per effetto di questa norma, gli amministratori delegati o i presidenti con delega delle società verrebbero espropriati di fatto del loro ruolo, sovvertendo l'ordine di responsabilità assegnate dall'assemblea degli azionisti, anch'essi espropriati in questo modo del loro potere.

L'entrata in vigore della norma è stata rinviata alla fine dell'anno: è auspicabile quindi che se la commissione ritroverà la sua completezza, sia compiuta una riflessione. E questo non certo per eliminare la trasparenza nelle operazioni fra società tra loro connesse (o per così dire parenti), ma per evitare l'esproprio del potere degli amministratori esecutivi con delega democratica, perché proveniente dal voto della maggioranza degli azionisti.

Come si vede, la Consob è incompleta proprio in un momento delicatissimo sia sul piano interno del mercato italiano che sul piano internazionale. In più in un momento nel quale il sistema Italia ha perso ogni potere all'interno della holding dove Borsa italiana è stata fusa con il London stock Exchange (dopo che l'amministratore delegato del mercato italiano, Massimo Capuano, ha lasciato a Londra l'incarico di deputy ceo, non è stata riconosciuta la stessa posizione a Raffaele Jerusalmi, il dirigente che a Milano ha preso il posto di ad). Al momento dell'uscita di Capuano, la voce più forte che si è levata per evidenziare i pericoli di un'emarginizzazione delle istituzioni italiane sui mercati, in conseguenza del trasferimento del potere decisionale totalmente a Londra, è stata proprio quella del presidente uscente della Consob, Cardia. Una situazione paradossale poiché tutti insieme gli azionisti della holding Lse rappresentano tuttora il 19% del capitale, mentre il maggior singolo azionista con il 20% è il fondo del Dubai e il secondo singolo azionista è quello del Qatar con il 15%.

Per un attimo, subito dopo la fusione e la decisione del Nasdaq americano di vendere la sua quota, nella Penisola era corso il brivido che il sistema italiano potesse controllare la borsa di Londra. La quota toccata agli azionisti di Borsa italiana per l'apporto del mercato di Piazza Affari è, infatti, pari al 28%. Se fosse passata la proposta del presidente di Mps e attuale presidente dell'Abi, Giuseppe Mussari, di acquistare parte del pacchetto posseduto dal Nasdaq attraverso le fondazioni bancarie, il sistema Italia avrebbe raggiunto il pieno controllo della holding del Lse, con conseguente obbligo di opa, avendo superato nettamente il 30%.

Allora il management italiano guidato da Capuano non fu particolarmente sollecito e proattivo nel sostenere l'idea di Mussari. Anzi, si sostiene che ci sia stata una sorta di resistenza perché il controllo dei due mercati fusi non finisse in mani italiane, secondo il volere dell'allora ceo, Clara Furse.

Uscito di scena Cardia, nominato presidente delle Ferrovie dello Stato, più nessuno si sta facendo carico di ostacolare la volontà di Londra di far diventare la borsa di Piazza Affari una dependance della City, mentre oggi a fare utili nella holding è proprio la borsa italiana. E tutto ciò quando l'Italia ha estremo bisogno che il mercato borsistico ritorni attraente per tutte quelle piccole e medie aziende su cui si basa il Made in Italy, che hanno bisogno di rafforzarsi sul piano dei capitali.

Se non sarà preso da altri problemi più importanti e impellenti, essendo arrivati positivamente al traguardo gli stress test delle banche, il presidente dell'Abi dovrebbe rimettere l'attenzione sulla borsa e sulla possibilità di far valere in maniera unitaria quel 19%. Sul tappeto, infatti, c'è l'idea, sostenuta anche da Cardia nella sua ultima relazione come presidente della commissione, che il processo di ammissione alle quotazioni ritorni da Borsa italiana alla Consob, come era prima della privatizzazione di Piazza Affari e della riforma Draghi. In principio, a questo ritorno non era contrario neppure l'artefice della crescita di Borsa italiana, Capuano, essendo chiaro che alcune funzioni sono duplicate nei due organismi. Ma con il trasferimento a Londra della plancia di comando della piazza milanese esistono molti profili giuridici assai delicati, che senza un presidente della Consob non sono neppure ipotizzabili.

E questo per le prospettive di ripresa dell'ingresso in borsa di nuove società è un momento delicatissimo, che richiede appunto una Consob con un autorevole presidente. Ci sono pronti al via alcune importanti quotazioni come quella di Greenpower di Enel, o anche di Giochi Preziosi, che da sole possono rimettere in moto il flusso di risparmio verso la borsa e aprire la strada anche a società di dimensioni più ridotte, cioè quelle piccole e medie aziende che costituiscono il tessuto fondamentale del sistema Italia e che hanno bisogno di capitali freschi per rilanciare dopo la crisi.

Suvvia Signor Presidente del Consiglio, Signor Sottosegre-tario, Signor Ministro dell'Economia, prima delle ferie fate al mercato finanziario italiano questo regalo (dovuto) del presidente della Consob. (riproduzione riservata)

Paolo Panerai

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