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Che cosa succederà a Trieste?

Ogni anno, di questi tempi, il leone delle Generali eccita il mercato e chi ne scrive, facendo diventare tormentone i possibili cambiamenti al vertice, anche se ormai lo statuto è stato saggiamente cambiato e il rinnovo delle cariche non è più annuale, quasi gli azionisti avessero avuto paura, finora, di dare agli amministratori un mandato senza controllo.

Così la presidenza di Antoine Bernheim, nonostante i suoi 86 anni, è diventata una questione da raccontare ogni giorno su questo o quel giornale. Con l'inevitabile domanda di chi prenderà il suo posto e la ricorrente ipotesi che il sostituto sia il presidente di Mediobanca, Cesare Geronzi, cioè il rappresentante del maggior azionista di Generali con il 14% del capitale. E ancor più è diventato tormentone il motivo per cui Geronzi, secondo queste fonti, mira a trasferirsi a Trieste. A rinfocolare la ricerca (o meglio la conferma) della motivazione principale è arrivato il progetto di unificazione sul piano dell'onorabilità fra regole del settore bancario e regole del settore assicurativo, per cui venerdì 12 i giornali più appassionati alla vicenda hanno titolato: le nuove regole che assimilano il settore assicurativo a quello bancario stoppano il progetto di Geronzi di diventare presidente delle Generali.

La tesi apparentemente è razionale: Geronzi ha pendenti alcune vicende giudiziarie derivanti dalla sua attività di direttore generale prima e di presidente dopo di Banca di Roma e Capitalia. Queste vicende determinarono già una situazione difficile per lui e per la banca quando una condanna, da cui poi è stato assolto, determinò un periodo di sospensione dalla presidenza di Capitalia per il tempo in cui si tenne un'assemblea dei soci che ne riconfermarono la nomina. In quel frattempo l'amministratore delegato tentò di occupare il vuoto di potere che si era determinato.

Le regole dell'onorabilità per un amministratore di banca sono state infatti stabilite da tempo: chi subisce una condanna penale non definitiva per rimanere in carica deve essere riconfermato da un'assemblea dei soci convocata ad hoc; chi invece subisce una condanna definitiva deve lasciare definitivamente la carica.

Ora, appunto, queste regole stanno per essere adottate anche nel mondo assicurativo. Quindi, se per caso Geronzi venisse condannato di nuovo in procedimenti (che, giova dirlo, hanno a oggetto attività bancarie) anche trasferendosi a Trieste dovrebbe comunque sottostare alla procedura dell'assemblea. E via allora a fare ipotesi e congetture.

Ma perché mai Geronzi dovrebbe voler trasferirsi a Trieste? È il presidente della banca che di fatto controlla le Generali: perché da controllore dovrebbe diventare controllato?

E poi, chi lo conosce sa quale grande sacrificio sia quello di lasciare per tre giorni la settimana la sua casa di Marino, sui colli romani, per stare a Milano, dove ha pure amici come Marco Tronchetti Provera o Diego Della Valle con cui passare qualche serata. Trasferirsi a Trieste, a 75 anni, sarebbe quasi insopportabile, come ha raccontato in una cena recente nel centro di Milano. Perché, certo, non è la persona da fare il presidente di pura rappresentanza, che può vivere lontano dal cuore dell'azienda. Non a caso lo chiamano il cardinale, e i cardinali hanno la massima esaltazione nella curia vaticana.

Ma se questi sono stati d'animo che potrebbero anche mutare, c'è un dato di fatto assai più importante. Stabilito che tutti i pareri legali sono per progressive assoluzioni dai due o tre procedimenti pendenti per aver finanziato questa o quella società, nonostante sia sempre più in voga il reato di abuso di credito, che concede molto spazio ai pm, i tempi della giustizia italiana fanno facilmente prevedere che il giudizio di terzo livello in Cassazione arriverà fra vari anni, quando Geronzi sarà ottantenne. Anche se fosse condanna, non avrebbe più nessuna influenza sulle cariche perché probabilmente il cardinale avrà deciso di non far più parte del concistoro.

Ma se è telenovela la vicenda della presidenza delle Generali, certo non lo è l'analisi dell'evoluzione della società che sul piano finanziario è la più importante italiana nel mondo.

Le parole su cui si gioca il giudizio sull'andamento di Generali rispetto al resto del settore assicurativo sono due: stabilità e immobilismo, che poi sono anche parole valide per Mediobanca. Tutti sanno che il motto del leone di Trieste è appunto: stabilità. Una parola che esprime un bel concetto, che, specialmente riferito a chi deve assicurare i terzi, diffonde fiducia. Ma in questi anni a Trieste ha prevalso la stabilità o piuttosto l'immobilismo?

Ci sono molti azionisti, specialmente fra quelli che hanno comprato azioni per potersi sedere al prestigioso tavolo del consiglio della compagnia, che propendono più per l'immobilismo che per la stabilità.

In verità, un'estrinsecazione della stabilità Bernheim e i due amministratori delegati, Giovanni Perissinotto e Sergio Balbinot, l'hanno ottenuta rimanendo completamente fuori dallo tsunami dei mutui subprime, all'origine della più grande crisi finanziaria della storia della moderna economia. Non era affatto ovvio e scontato rimanervi fuori. Infatti, l'attività tipica delle compagnie di assicurazione, anche per obblighi previsti dalla legge, è di impiegare il denaro a reddito fisso, cercando di ottimizzare il rendimento anche per gli assicurati con polizze vita e derivate. Ma a Trieste, non vi è dubbio, sono prudenti e quindi non si sono fatti tentare da quei pacchetti contenenti appunto mutui ad alto rendimento in considerazione dell'alto rischio del debitore. Per questo, quindi, chapeau al presidente, sicuramente fra i migliori banchieri d'affari che la Francia abbia avuto, per anni ai vertici di Lazard, e ai relativamente giovani amministratori delegati. Ma certo, per il resto, la stabilità assomiglia effettivamente molto all'immobilismo.

Sicuramente su questo status delle Generali ha pesato in maniera fortemente negativa il vecchio statuto, che appunto assegnava mandati annuali e che quindi non creava il presupposto del medio termine per fare programmi di forte espansione, anche se poi sia i presidenti sia gli amministratori delegati sono sempre durati in carica molti anni, a parte il bravissimo Alfonso Desiata e il meno meritevole Gianfranco Gutty finiti nel tritacarne di Vincenzo Maranghi quando era il despote di Mediobanca.

Ma appunto lo statuto è cambiato e quindi a Trieste i vertici operativi avrebbero dovuto avere più dinamismo.

Il paragone diventa inevitabile con l'eterna concorrente a livello europeo, la francese Axa, ma anche con la tedesca Allianz, che fra l'altro proprio in Italia e attraverso un italiano, Enrico Tomaso Cucchiani, ha raccolto molti frutti, avendo il coraggio di innovare con il marketing e la comunicazione attraverso campagne pubblicitarie martellanti.

I risultati di Axa, che certo si è presa forti rischi, sono sotto gli occhi di tutti: nel 2009 hanno triplicato l'utile netto e tra poco distribuiranno un dividendo aumentato del 37%. Alla fine, anche sul piano del bilancio, nel 2009 Generali ha pagato un dividendo in gran parte nella forma di azioni gratuite.

Uniche operazioni di rilievo degli ultimi anni sono l'espansione in Cina e l'assorbimento di Alleanza e Toro. In Cina il significativo volume d'affari passa tuttavia per larga parte attraverso il buonissimo rapporto con la maggiore società petrolifera cinese, di cui Generali sono diventate il principale assicuratore oltre a fare altri affari insieme.

Alleanza è poi un'incorporazione che ha cominciato la marcia moltissimi anni fa. Lo ricordo con precisione perché mio padre era un dirigente di Alleanza e l'amore-odio di Generali per la sua maggiore controllata risaliva all'immediato dopoguerra. Alleanza era una piccola compagnia ma il suo direttore generale, Mario Gasparri, ebbe la geniale idea di chiedere l'autorizzazione al ministero dell'Industria per poter emettere polizze vita cosiddette popolari, cioè con pagamento rateizzato mensilmente. Un'autorizzazione che solo la compagnia di Stato, l'Ina, possedeva. Infatti, la materia era assai delicata per almeno due motivi: il sistema di vendita delle polizze vita popolari doveva essere assolutamente basato su un grandissimo numero di produttori, cioè di venditori, facenti parte di agenzie generali direttamente gestite da Alleanza; il target a cui venivano vendute le polizze era medio-basso e quindi poco preparato a comprendere in profondità la natura della polizza che sottoscriveva, quindi potenzialmente soggetto a subire abusi.

Gasparri riuscì subito a fare un lavoro straordinario e Alleanza in non molti anni è diventata un colosso della raccolta del risparmio. Fino a quando Gasparri è stato in vita, Alleanza è sempre stata orgogliosa della sua indipendenza nonostante le Generali avessero molto più della maggioranza assoluta. Morto Gasparri (e sono quasi 40 anni) le tentazioni di incorporazione sono state numerose e ogni volta hanno favorito forti speculazioni sui due titoli. Finalmente l'operazione è stata compiuta, ma di fatto l'Alleanza era già consolidata nel bilancio delle Generali.

Tutto qui?

Trarre una simile conclusione sarebbe ingeneroso verso il trio che da alcuni anni sta gestendo Generali, ma certo molti azionisti si aspettano di più. Per questo è probabile che alla prossima assemblea, se prevalesse la parte che vuole più dinamismo, il cambiamento potrebbe non riguardare solo il massimo vertice. Qualcuno ha ipotizzato che a sostituire Bernheim, visto che non sarà Geronzi, possa essere Cucchiani che ora in Allianz ha responsabilità europee. Ma Cucchiani, secondo il giudizio di vari azionisti, più che un presidente è un amministratore delegato, ammesso che voglia lasciare la posizione invidiabile conquistata in Allianz, partendo dal Lloyd adriatico e quindi proprio da Trieste. (riproduzione riservata)

Paolo Panerai

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